Screenshot_20190513_152309.jpgCome sarà? Come sarò? Avrà dieci dita? Riuscirò a  calmarlo facendogli ascoltare i Led Zeppelin? Saprò gestire le scenate in pubblico? Avrò ancora una quinta dopo l’allattamento? 

Ogni gravidanza porta con sé una carrellata di domande a cui non si può in alcun modo dar risposta fino al momento esatto in cui quella meravigliosa cosa sconosciuta che ti porti dentro non esce. E allora iniziano i guai, cioè volevo dire, arrivano le famose risposte.

Piano piano, dopo settimane di maternità per cui non ti ha preparato assolutamente nessuno, inizi a capire come funziona e te la godi alla grande: i primi sorrisi (quelli spontanei e sdentati), la prima smorfia disgustata perché il papà gli ha fatto assaggiare un limone, i versetti, i tentativi  di gattonamento, fino ai primi passi e le prime parole. Meraviglia. Quello che però uno non si aspetta veramente è che quella meraviglia possa ripresentarsi! Sto parlando della seconda gravidanza, quella in cui tecnicamente si sa già tutto… o forse no! Perché non è mica detto che la seconda sia come la prima, e dunque si è di nuovo punto a capo, con una sfilza di domande ancora più dettagliate (perché si dai qualcosa ora la si sa). Come sarà? Come sarò? Lo calmerà Robert Plant o il pianto del fratello? E, santocielo, come la prenderà il fratello? Poi arrivano le domande più invadenti e spaventose: lo amerò tanto come l’altro? Gli darò tutto quello che ho dato la prima volta? Proverò la stessa meraviglia? E non importa quante volte hai letto che l’amore non si divide ma si moltiplica, quella paura c’è.

Ad ogni modo, sì. La risposta è sì. Non può che essere sì.

Ricordo che poche settimane prima della nascita di Matteo (programmata per il 17 maggio) si era intensificata la paura di ferire Emanuele, di allontanarlo o comunque di spezzare quel magico ed esclusivo rapporto mamma-figlio che avevamo instaurato in due anni. E soprattutto avevo il terrore che si sentisse messo da parte, abbandonato dai nonni due giorni e due notti, senza una spiegazione. Mi ero preparata leggendo tutti i trattati pedagogici sull’argomento e avevo spiegato per filo e per segno ad amici e parenti come comportarsi, non avevo alcuna intenzione di assistere a un “Ma come è bello e bravo tuo fratello, non come te che fai i capricci” e avevo addirittura preparato un gigantesco piano B nel caso in cui il mio fragile primogenito non fosse uscito indenne dall’arrivo del fratellino: una montagna di regali impacchettai e nascosti astutamente nello sgabuzzino! Ma arriviamo al 19 maggio 2018, giorno in cui ho chiesto le dimissione anticipate e ho deciso di andarmene a casa con la mia famiglia e il supporto di mia nonna (l’ostetrica e bisnonna migliore al mondo) che è rimasta con noi la prima notte a casa!

Non vi mentirò, Lele si è arrabbiato, quando è arrivato in ospedale era visibilmente ferito da quelle due prime notti senza la mamma e me lo ha fatto subito capire, ma noi, io e il suo papà, abbiamo gestito in maniera a dir poco miracolosa quella situazione delicatissima.  Eravamo solo noi quattro nella camera, io ancora dolorante per il cesareo ma soprattutto emozionata dalla vista: i miei due cuccioli si stavano conoscendo! E’ stato dolce dolcissimo (e non so con quale lucidità siamo riusciti a riprendere il tutto col telefonino!) .

Lele era infuriato e innamorato. La delicatezza con cui  ha accolto Matteo nei primi giorni a casa mi ha sorpreso, lo osservava, lo cercava, lo allontanava o lo stringeva forte. Poi un giorno lo ha annusato per bene e gli ha dato un bacino. Era fatta, erano fratelli.

Comunque le prime settimane sono state lunghe. Avevo paura di non dare abbastanza attenzioni al neonato e di non saper gestire le gelosie del più grande. Poi l’ansia è andata scemando: il terremoto é passato e l’equilibrio famigliare si é riassestato. Sì, perché passare da tre a quattro è qualcosa di potente, scombina tutto quanto ma poi ogni cosa trova un posto nuovo ed è tutto più grande.

E poi, beh poi  sono arrivate le meraviglie e me le sono godute tutte insieme a Lele: i primi sorrisi, la prima smorfia disgustata perché proprio lui ha dato il limone al fratellino, i versetti, i tentativi di gattonamento in coppia, e da pochi giorni … i primi passi. Anche se per me sono i secondi primi passi.

Li osservo e li amo allo stesso identico modo (loro sono molto diversi, è il mio amore ad essere uguale), a volte sono complici altre volte no, e so che se uno dei due prende un gioco abbandonato in qualche angolo di casa l’altro glielo ruberà dopo tre secondi. E so che se ne abbraccio uno l’altro arriverà a reclamare le sue coccole. E so che nei prossimi anni litigheranno, forse faranno lotte che neppure nei peggiori incontri clandestini di Caracas, e chissà quante volte si/mi/ci punzecchieranno. Ma so anche che ci saranno l’uno per l’altro o almeno è questo quello che desidero per loro.

Ci sono due grandi mantra che mi hanno aiutato in questo primo anno da mamma di due, il primo è nonparagonaremai, ogni singolo bambino è diverso e ha dei tempi tutti suoi: se inizi a paragonare due fratelli farai del male a te e a loro. Il secondo è … ricordatichenonpuoiabbandonarlisottouncavolo! Questo è perfetto da ripetere quando la vostra pazienza sarà finita ed entrambi saranno stanchi o nervosi.

Comunque sono qui, comodamente seduta in prima fila: ho intenzione di vedere questi due piccoli umani gommosi diventare grandi, diventare dei bravi grandi, di quelli che sanno ridere e afferrare la felicità senza troppe paturnie. Per ora tutto procede bene (ma arriveranno i quindici anni, maledetti)…

 

 

 

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